Ricerca scientifica 2018-09-10T08:29:18+00:00
Cosa ci dice la scienza sul benessere?

B-Yourself ha come riferimenti scientifici
molteplici fonti.

Oltre a quelle che troverete citate in altre pagine di questo sito, qui vogliamo sottolineare l’importanza che hanno avuto per noi due scienziati:
Jon Kabat Zinn e Richard Davidson

In campo scientifico è difficile dare un’unica definizione di benessere, ma è possibile trovare e misurare quegli indicatori che determinano condizioni di maggior benessere nelle persone..
E i 2 punti fermi sono:

Sulla base di decenni di ricerca, sono state identificate 4 aree che contribuiscono al benessere
che sono allenabili e misurabili in laboratorio:

1. CONSAPEVOLEZZA

In breve, la consapevolezza è completamente connessa alla nostra esperienza presente.

Le pratiche basate sulla consapevolezza di tutti i tipi sono ora entrate nelle principali correnti di pensiero. La popolarità della meditazione mindfulness ha portato a una varietà di risorse per coltivare e praticare l’abilità da soli attraverso programmi sanitari, app online e comunità di meditazione locale.

I dati mostrano che quando le persone sono veramente focalizzate su quello che stanno facendo e le loro menti non stanno vagando, in realtà si sentono meglio con sé stesse. Uno studio indica perché questo è importante. Le sue conclusioni suggeriscono che la persona media non presta realmente attenzione mediamente nel 47% delle volte. C’è sicuramente spazio per miglioramenti e per un maggiore benessere.

Inoltre, gli studi dimostrano che la consapevolezza – essendo nel momento presente – può ridurre la nostra tendenza a desiderare e desiderare cose che non abbiamo.

2. CONNESSIONE

Nutrire la connessione con gli altri gioca un ruolo significativo nel nostro benessere, poiché la solitudine è ormai considerata una delle più grandi minacce alla nostra salute mentale. La capacità di empatia, di comportarsi in modo compassionevole ed esprimere gratitudine sono abilità che non solo possono essere apprese, ma possono anche farci sentire bene!

Ci sono prove sostanziali che suggeriscono che impegnarsi in atti di generosità è una strategia efficace per aumentare il benessere. Lo chiamiamo un doppio effetto positivo perché, essendo generosi con gli altri, ne benefici anche te. Gli studi dimostrano che l’allenamento alla compassione – in cui si generano desideri positivi per un altro essere – innesca la capacità di una persona di entrare in empatia con gli altri e conduce a comportamenti pro-sociali volti a diminuire la sofferenza degli altri.

3. INTUIZIONE

Questo concetto ci sta offrendo una profonda comprensione di come funziona la nostra mente. In particolare, questa nuova comprensione si rivolge ai nostri pensieri ed emozioni, e a come le nostre convinzioni e aspettative modellano la nostra esperienza. Le abilità pratiche che favoriscono l’intuizione ci aiutano a sciogliere le rigide credenze e a formare un senso flessibile di sé che può adattarsi alle circostanze mutevoli. Questo senso del sé fluido, a sua volta, promuove un benessere duraturo, aumentando la resilienza e stimolando realizzazioni trasformative sulla natura della mente, delle relazioni e dell’esperienza.

La flessibilità psicologica che queste abilità generano sta iniziando a ricevere l’attenzione scientifica che merita: come un aspetto fondamentale del benessere. Vedere sé stessi come in crescita e in espansione è legato ad un benessere più elevato e si pensa che rafforzi il benessere stesso, in parte, aiutandoci a gestire le sfide della vita in modo costruttivo. Al contrario, forme di pensiero eccessivamente rigide possono essere un segno di disfunzione della salute mentale. Le neuroscienze stanno facendo sempre più luce sui meccanismi neuronali sottostanti a queste importanti dimensioni dell’esperienza umana.

4. SCOPO

Lo scopo è ciò che motiva, ispira e guida nella vita. Che tu sia più vecchio o più giovane o che tu abbia una malattia o una condizione cronica, coltivare un profondo senso di scopo e significato nella vita ha dimostrato di avere benefici di vasta portata, incluso il nostro benessere fisico e mentale.

Realizzare e riconoscere ciò che ti dà significato e scopo è importante. Se in fondo qualcosa è importante per te, ma ignori quella sensazione, può nuocere al tuo benessere. Come ha detto un ricercatore del Center for Healthy Minds: “Pensa a cosa dà significato alla tua vita. Fai ciò che ti rende felice o ti rende soddisfatto, e assicurati di risparmiare tempo per questo. Può aiutarti a iniziare la giornata il pensare al tuo scopo nella vita, o il pensare a cosa dà significato alla tua vita quando cerchi di rifocalizzarti dopo un’esperienza stressante o spiacevole.”

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LA RICERCA NEI VARI SETTORI

L’aspetto fondamentale della maggior parte delle pratiche di mindfulness è il senso di consapevolezza, potenziata ma distanziata, dell’esperienza sensoriale e cognitiva. Come sostiene Wolinsky (1991) la mindfulness è in realtà la via d’uscita dal nostro stato di trance quotidiano nel quale siamo in balia di un insieme di condizionamenti inconsci o coscienti, abituali e automatici. Comprendere il valore terapeutico di questi processi può rappresentare un’integrazione particolarmente rilevante tra la psicologia orientale e quella occidentale (Walsh, 1996). 

Infatti, la sempre più crescente integrazione tra mindfulness e psicoterapia è spiegata dal fatto che mindfulness può essere considerato un concetto transteorico, che è stato utilizzato e integrato all’interno di diverse prospettive psicologiche e psicoterapeutiche occidentali che sino a soli due decenni fa avevano pochi, per non dire nessuno, punti di contatto e di dialogo. Ora diversi modelli terapeutici, quali la terapia cognitiva-comportamentale, il costruttivismo, la psicologia evoluzionista, a psicologia umanista, la psicologia della gestalt, la psicoanalisi, le neuroscienze, la traumatologia, la psicologia positiva sembrano aver trovato un fattore unificante ed un significativo elemento di condivisione che potrebbe permettere in futuro di comprendere meglio e di sviluppare i fattori terapeutici comuni a tutti i trattamenti psicologici di validata efficacia. In realtà, si può sostenere che i meccanismi di cambiamento che sono alla base della meditazione di mindfulness si trovano nella maggior parte delle prospettive psicoterapeutiche occidentali. 

Negli approcci basati sulla mindfulness vi è un’attenzione particolare all’importanza delle risorse e delle potenzialità personali e alla capacità del nostro “sistema” di curare e guarire sé stesso (o di “guarire dall’interno”). Utilizzando le pratiche di mindfulness la persona può sviluppare spontaneamente nel tempo la capacità di passare da uno stato di disequilibrio e sofferenza, ad uno stato di maggiore armonia e serenità verso sé stesso, coltivando ed instaurando u rapporto con l’esperienza più reale ed oggettivo e stabilizzando e potenziando conseguentemente una percezione soggettiva di benessere. (Manuale Clinico di Mindfulness – Fabrizio Didonna, 2008).

Il primo studio che si è focalizzato sugli effetti del programma MBSR sull’ansia è stato pubblicato da Kabat-Zinn nel 1992. 

I 22 pazienti coinvolti erano affetti da diversi disturbi clinici. 

I risultati dimostrano una significativa riduzione dei sintomi di ansia e depressione nei pazienti con i tre principali disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico, disturbo di panico con agorafobia) 

Nel 1995, uno studio di follow-up ha confermato i risultati a lungo termine a distanza di 3 anni. 

Dal 1992, sono numerosi gli studi che hanno esaminato l’efficacia dei protocolli MBSR e MBCT sullo stress, l’ansia e la depressione (Kabat-Zinn et al. 1992; Miller et al. 1995; Baer, 2003; Ma & Teasdale 2004; Vujanovic, et al. 2007; Coelho et al. 2007; Kingston et al. 2007; Toneatto & Nguyen, 2007; Hoffman et al. 2010; Lawson, 2011; Vollestad et al. 2011). 

Nel 2010, Hoffman e altri hanno passato in rassegna 727 studi sull’argomento, riscontrando che il protocollo MBSR migliora i sintomi dell’ansia e della depressione, anche quando questi sintomi sono associati con altri disturbi. 

Diversi studi hanno, inoltre, esaminato l’impatto del programma MBSR sul disturbo d’ansia sociale. Tutti hanno rilevato una riduzione dei sintomi dell’ansia e un miglioramento dell’umore, della visione di sè e della qualità della vita (Koszycki, Benger, Shlik, e Bradwejn, 2007; Goldin, Ramel, et al., 2009; Jazaieri, Goldin, Werner, Ziv, e Gross, 2012; Goldin, Ziv, Jazaieri, Hahn, e Gross, 2013). 

Nel 2010 Goldin e Gross hanno dimostrato, attraverso studi di neuroimaging, come il programma MBSR influenzi le basi neuronali della reattività emotiva e della regolazione delle emozioni nel disturbo d’ansia sociale, modificando gli indici dell’attività cerebrale. 

Le valutazioni con neuroimaging hanno infatti mostrato che, in seguito al programma MBSR, si verifica una riduzione nell’esperienza di emozioni negative e nell’attività dell’amigdala, e una maggiore attività nelle aree cerebrali implicate nella distribuzione dell’attenzione. 

Il dolore cronico affligge circa il 30% della popolazione italiana, rappresentando un serio ostacolo al benessere di questi individui e dei loro familiari, oltre che un costo sanitario non indifferente. 

Il dolore cronico è associato alla depressione (Fishbain et al., 1997; Bair et al., 2003), a disturbi del sonno (Benca et al., 2004), a una gamma di conseguenze fisiche e psicologiche (Merkes, 2010), e a una diminuzione della qualità globale di vita (Cooper and Kohlmann, 2001). 

I primi studi sui programmi basati sulla Mindfulness risalgono al 1982. In quell’anno Jon Kabat-Zinn descrisse per la prima volta gli effetti del protocollo MBSR sull’auto-regolazione del dolore cronico su un campione di 51 pazienti. 

I tipi più comuni di dolore includevano: dolori alla schiena, alle spalle, alla cervicale e alla testa

Più del 50% dei pazienti riportò una riduzione del dolore superiore o uguale al 33%. Gli studi di follow-up condotti su 225 pazienti, nel 1985 e nel 1986, confermarono che i pazienti mantenevano questo miglioramento nel tempo. 

Oltre agli studi già citati sopra, ricerche recenti sul protocollo hanno confermato l’efficacia dell’MBSR sul dolore cronico. 

Risultati di rilievo si sono riscontrati nel trattamento della fibromialgia (Creamer et al. 2000; Astin et al.2003), su una vasta gamma di disturbi relativi alla sclerosi multipla (Mills, Allen, 2000) e nel trattamento del dolore cronico muscolo-scheletrico (Margaret Plews-Ogan, 2005). 

Nel 2006 e nel 2007, inoltre, McCracken e altri hanno notato una significativa diminuzione del dolore, dello stress emotivo, della disabilità e dell’uso dei farmaci e hanno mostrato come la mindfulness possa essere in grado di preservare il funzionamento del paziente. 

Nel 2010 Rosenzweig e altri hanno riscontrato che, dopo la partecipazione al protocollo MBSR, i pazienti che soffrono di dolore cronico alla schiena e al collo e coloro che presentano una comorbidità nelle condizioni di dolore, avvertono un miglioramento di quest’ultimo e della relativa restrizione funzionale. 

In uno studio del 2010 (Lengacher et al.) condotto su pazienti con tumore al seno, sono stati riscontrati miglioramenti significativi su diversi aspetti psicologici, come ansia e depressione, e un aumento generale della qualità della vita. 

Il protocollo MBSR è stato introdotto come parte di un approccio integrato alla cura del cancro, che mira da un lato a curare la malattia con un approccio farmacologico, dall’altro a promuovere il benessere globale del paziente e a ridurne lo stress associato alla patologia. 

Tuttavia diversi studi hanno mostrato risultati interessanti in termini di effetti biologici, che possono promuovere la salute e contribuire al controllo della malattia (Grossman et al., 2004; Gordon et al. 2001; Carlson et al. 2003, 2007; Ott et al. 2006; Matousek et al. 2011). 

Le malattie cardiovascolari costituiscono la principale causa di morte nel mondo e la loro incidenza è in crescita. 

Un articolo pubblicato su Lancet nel 2011 (Anand, Yusuf) paragonava l’espansione di queste patologie a uno tsunami globale. 

Le malattie cardio-vascolari si possono prevenire. Imparare a gestire lo stress, senza ricorrere a strategie compensative come fumo, iper-lavoro, iper-alimentazione, ma anzi adottando delle sane abitudini alimentari, di sonno, di esercizio fisico regolare, può fare una differenza enorme in termini di rischio per queste patologie. 

Il protocollo MBSR insegna appunto queste abilità, aiutando le persone ad affrontare lo stress e/o l’ansia che caratterizza e scandisce le loro giornate. 

Il protocollo si è anche dimostrato un promettente trattamento non-farmacologico per la fatica mentale dei pazienti dopo un infarto o un danno traumatico al cervello (Johansson et al., 2012). 

Gli studi in questo campo sono agli inizi, tuttavia vi sono alcuni promettenti segnali che il protocollo MBSR può essere di grande aiuto come complemento della terapia farmacologica. È stato dimostrato che lo stress accelera la patogenesi dell’HIV-1 (Cohen et al., 2007; Cole et al., 2001; Ironson et al., 2005). 

Negli anni passati, alcuni studi hanno indicato che gli interventi comportamentali di gestione dello stress possono migliorare gli indicatori biologici della patogenesi dell’HIV-1 (Antoni et al., 2006; Petrie et al., 2004, Crepaz et al., 2008). 

In accordo con tali scoperte, nel 2003 Robinson et al., in un primo studio pilota, hanno mostrato come l’MBSR possa avere un’incidenza sulla funzione del sistema immunitario in pazienti affetti da HIV-1. Nel 2009 Creswell et al. hanno confermato questa ipotesi su un campione di 48 adulti affetti da HIV-1. Hanno, inoltre, dimostrato quanto il programma MBSR possa tamponare la diminuzione del linfocita T CD4. Questa scoperta è stata poi supportata nel 2010 su un campione di 10 pazienti, dimostrando che l’MBSR aveva avuto un impatto positivo sullo status psicologico e sul numero dei CD4 (Jam et al., 2010). 

Inoltre il protocollo MBSR si è dimostrato efficace nel mitigare gli effetti collaterali dei trattamenti anti-virali (Duncan et al., 2011). 

Si rendono ancora necessari studi di verifica su campioni più ampi, anche se le scoperte attuali forniscono una prima promettente indicazione in merito al fatto che il programma MBSR possa essere vantaggioso come trattamento complementare per l’HIV-1.

Almeno il 25% della popolazione adulta ha problemi con il sonno. In Italia, secondo i dati dell’Associazione italiana per la medicina del sonno, sono circa 12 milioni le persone che hanno problemi a dormire: insonnia, apnee notturne, sindrome delle gambe senza riposo (RLS), narcolessia. Si stima che l’insonnia cronica colpisca una persona su dieci e che possa insorgere a qualsiasi età. 

Chi soffre di insonnia si addormenta con difficoltà, presenta un sonno superficiale e frammentato, e lamenta anche sintomi diurni come stanchezza, mancanza di energia, difficoltà di concentrazione, umore depresso o irritabile. 

All’insonnia cronica sono associati diversi disturbi, un aumento del rischio di depressione, di ipertensione e problemi cardiaci, senza citare l’impatto profondo sulla qualità della vita degli individui (National Institutes of Health State-of-the-Science Conference Final Statement on Manifestations and Management of Chronic Insomnia in Adults. Sleep. 2005; Mallon L, Broman JE, Hetta J. 2002; Suka M, Yoshida K, Sugimori H., 2003; Zammit GK, Weiner J, Damato N, Sillup GP, McMillan CA. 1999). 

Il protocollo MBSR si è dimostrato efficace non solo nel trattamento dell’insonnia associata a diversi disturbi medici o psichiatrici (Winbush, Gross, Kreitzer, 2007; Lundh, 2005; Carlson, Garland 2005), ma anche nel trattamento dell’insonnia primaria cronica (Gross et al, 2011; Ong et al., 2008, 2009, 2010) dal momento che lo stress gioca un ruolo fondamentale nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo.

Vieten e Astin (2008) mostrano che le mamme che avevano seguito un protocollo Mindfulness Based Stress Reduction standard nel corso della gravidanza, riscontravano dei risultati positivi considerevoli. Il gruppo sperimentale mostrava, infatti, un miglioramento del proprio umore superiore del 20-25% rispetto al gruppo di controllo composto da mamme che non avevano praticato Mindfulness Based Stress Reduction; il miglioramento era riscontrabile soprattutto in una riduzione dell’ansia, riduzione dei sintomi depressivi e un minore stress sperimentato nel periodo post-partum. 

Ancora, Beddoe e il suo gruppo di ricerca (2009) hanno dimostrato che la Mindfulness portava a una consistente diminuzione del dolore pelvico che, le donne incinte sperimentano di frequente nei mesi finali della gravidanza. Il dato interessante è che le future mamme che avevano iniziato, nel secondo trimestre di gravidanza il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction, avevano poi nell’ultimo trimestre una netta riduzione dei dolori acuti e cronici nella zona pelvica. Questa riduzione non si rilevava nel gruppo di controllo (composta da donne incinte che non avevano iniziato la Mindfulness Based Stress Reduction) e nel gruppo composto da mamme che invece avevano praticato la Mindfulness Based Stress Reduction solo all’inizio del terzo e ultimo trimestre di gravidanza. 

Infine, alcuni lavori (Glover, 2014; Van de Heuvel et al., 2015) suggeriscono che i figli di mamme che hanno manifestato dei disturbi d’ansia nel periodo pre-natale, possono incorrere più facilmente in un ritardo nello sviluppo emotivo. Si stima che il 10-15% di questi neonati avranno poi, nella primissima infanzia, deficit emotivi e comportamentali. Un gruppo di ricerca dell’università olandese di Tilburg in uno studio recente (Van de Heuvel et al., 2015) ha mostrato i benefici della pratica Mindfulness in questa condizione. 

La paura del parto è legata a una minore tolleranza al dolore del travaglio e ad un aggiustamento postparto peggiore. Empiricamente per le donne incinte che affrontano questo problema mancano opzioni di preparazione al parto convalidate. L’approccio alla consapevolezza, ora ampiamente diffuso, può alleviare i sintomi del dolore cronico e acuto e migliorare l’adattamento psicologico, suggerendo un potenziale beneficio quando applicato all’educazione al parto

In un campione demograficamente diversificato, questo piccolo RCT ha dimostrato come l’educazione alla nascita basata sulla consapevolezza comporti un miglioramento delle valutazioni relative al parto delle donne e miglior funzionamento psicologico, rispetto al parto standard come da formazione scolastica. I partecipanti al programma MIL hanno mostrato maggiore auto-efficacia del parto e consapevolezza del corpo consapevole (ma no cambiamenti nella consapevolezza disposizionale), più bassi sintomi di depressione post-corso che sono stati mantenuti follow-up post-partum e una tendenza verso un più basso tasso di consumo di analgesici derivati dagli oppiacei nel travaglio. Non hanno, tuttavia, riportato in modo retrospettivo un dolore al parto percepito inferiore o usato l’epidurale meno frequentemente rispetto ai controlli.

Conclusioni: questo studio suggerisce che un allenamento consapevole attentamente personalizzato per affrontare la paura e il dolore della nascita si correla ad importanti benefici per la salute mentale materna, compresi i miglioramenti delle valutazioni relative al parto e la prevenzione dei sintomi della depressione post-partum. C’è anche qualche indicazione che i partecipanti MIL possono usare trattamento di consapevolezza al posto dei farmaci antidolorifici sistemici oppioidi. Un RCT su larga scala che cattura il dolore in tempo reale, le percezioni durante il travaglio e la durata del travaglio, sono garantite per fornire una prova più definitiva di questi effetti.

Dal mondo clinico, la mindfulness è poi entrata anche in ambito aziendale: Apple, Google, Deutsche Bank, Linkedin e Facebook sono, infatti, solo alcune delle multinazionali estere che hanno avviato dei programmi di mindfulness. 

L’importanza della mindfulness è stata ben compresa dalla Gran Bretagna, tanto che il parlamento inglese ha presentato una raccomandazione al governo per farne una priorità nazionale dei prossimi 5 anni. «Da 2009 al 2014 è stato osservato un aumento del 24% delle assenze legate allo stress», si legge all’interno del Mindful Nation Uk report, di ottobre 2015, in cui «si stima che nei prossimi 10 anni, i costi legati alla depressione saliranno a 9,19 miliardi di sterline annue in termini di utili persi dalle aziende».

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